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sabato, 28 ottobre 2006 ore 17:53
Come deciso durante la settimana, vado al museo di Orsay. Perché andare proprio al museo di Orsay, quando ci sono molte cose più banali da vedere a Parigi? Il fatto è che:
1. Il museo di Orsay ha un'architettura fichissima e vale la pena passarci comunque
2. Ci sono tutte le opere principali degli impressionisti francesi (Monet, Degas, Manet, Renoir, Cezanne etcétera)
3. Otto anni fa quando ci andai in gita di classe mi persi - come mio solito - ai piani inferiori e mi lisciai così TUTTE le sale degli impressionisti al secondo e quinto piano.

In principio volevo prendere i francobolli per le cartoline, che ho già scritto pressappoco da martedì. Così mi reco alla tour montparnasse, sto grattacielo inattaccabile dove dovrebbe esserci la posta, anche se visto da fuori sembra impossibile che contenga esseri viventi dentro. La posta è chiusa. Mi pare strano dato che persino la posta di Bellevue che sta in periferi
a è aperta. Per consolarmi faccio l'imperdonabile errore di entrare nella Galérie Lafayette, drammaticamente vicina, uscendone 40 minuti dopo con 70 euro in meno e due capi d'abbigliamento in più. E' da queste cose che capisci che stai invecchiando e diventando una sorta di Carrie Bradshaw dei poveri (soprattutto dopo stamattina). E dire che la tua valigia sta già accusando uno stiramento.

Comunque a Orsay ci arrivo, col sacchetto di Etam, che lascio nel guardaroba fortunatamente gratuito.
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Ora, voi non potete capire cosa significhi per me trovarsi in mezzo a tanta di quella roba impressionista. E' come mettere un pedofilo nel cortile di una scuola media, se mi si passa il paragone. Le opere impressioniste, con il loro uso spregiudicato di macchie di luce e ombra e sovrapposizioni ardite di colore, mi provocano una reazione fisica. Alcuni dipinti fanno parte del mio imprinting e fanno venire alla luce angoli ancestrali della mia sensibilità.
Si inizia ai piani bassi, e nelle prime sale non c'è mai l'opera che ti spiazza: sono altre correnti, filoni minori, seguaci. Sempre belli. Un po' come gli stuzzichini prima del cenone di capodanno, o meglio, sempre per rimanere in tema erotico, come un petting ben fatto prima dell'amplesso. Ogni tanto spunta qualche opera che conosci fin da piccola, e allora hai un gemito di piacere.

Piano zero, primo piano, secondo. Alcune anteprime, gli inizi del movimento. La cattedrale di Monet. Déjeuner sur l'herbe.
Incomincia la stimolazione orale delle tue parti intime. Ti senti pronta, ne hai una voglia matta, ma ancora c'è da aspettare...

(E nel frattempo ho fatto non so più dire quante foto, la più parte in doppio formato alta sensibilità/bianco e nero)

E dopo altri tre piani di scale, inizia l'amplesso impressionista vero e proprio. Riconosceresti più facce in quella galleria che al tuo matrimonio. Dipinti che hai sognato di vedere da una vita. Li fotografi tutti, perché puttana ladra sei sola, e vorresti far fare a chi non è con te un tour virtuale del museo, ma per fortuna che sei sola, dato che da un'ora e mezza hai i lacrimoni che ti scendono per la commozione.

Degas, niente meno che un maniaco sessuale con la perversione delle ballerine.
Vab Gogh. All'inizio non mio piaceva Van Gogh, quando ero bambina e i riff di chitarra elettrica nelle canzoni mi davano fastidio. Poi è arrivato anche il suo momento.
Monet, lui e le sue cazzo di ninfee.
Renoir e i suoi tocchi sfumati, quasi sfocati, vibranti.
Quegli scriteriati dei pointillistes, che diventi scemo solo a pensare a quanti tocchetti di penello per centimetro quadro abbiano dato. Un po' come contare a mani i dpi per una stampante.
E chi più ne ha più ne metta.

Eppure mi manca qualcosa per completare il mio amplesso con l'arte.
Ricordo che la prima volta che venni riuscii a vedere un dipinto. Il mio preferito se devo dire la verità.
Si chiama Olympia, e ritrae una prostituta nana nella sua stanza.
Ho sempre ammirato Olympia. E' una donna dal viso sgraziato, ma sfrontata. La sua figura bianca taglia il dipinto in due: chiaro, scuro. La mano preme con impertinenza sul pube, così come il collarino le cinge il collo. Olympia ti guarda in modo sfacciato, sgarbato.

Non riuscendo a rassegnarmi all'idea che possa essere stata data a qualche altra collezione, la cerco.
Manet o Degas? Manet.
Alla fine la trovo, al primo piano.
Fotografo lei, la sua mano, i suoi sandaletti vezzosi e la sua serva negra che le porge i fiori.
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Chissà, forse mi sono persa altre sale. Ma, obbiettivamente, non ne posso più.
Dopo più di tre ore di amplesso con la pittura, esco, fisicamente ed emotivamente stremata, pensando che tanto sarà impossibile convincere del contrario c
hi pensa che la Francia abbia di buono solo qualche formaggio e qualche matematico.

E ora, che si fa? Si fa una bella passeggiata?
(continua...)

Dunque, procediamo con l'aggiornamento.
Mi incammino pertanto verso il secondo shock emotivo della giornata, ovvero la Cathédrale de Paris (Notre Dame). Ora, qualcuno potrebbe protestare che in arte e architettuta io sia un po' di bocca buona (e anche in altro, ma questa è una storia diversa). Ora, non è vero. Però mi piacciono un sacco di cose, e guarda caso la pittura impressionista e l'architettura gotica sono tra queste.
Decido di seguire il consiglio della mia collega che dice che le distanze a Parigi sono piccole. Mi rendo conto in breve che con un paio di stivali nuovi sono un po' meno piccole, ma chi se ne frega.
Così ho anche tempo di rendermi conto di un paio di cose, ovvero innanzitutto che mi piace come vestono le parigine. Hanno più fantasia, osano di più senza per questo essere volgari o provocanti. Sono eleganti anche essendo informali. Trovo che la moda in Italia si sia un po' involgarita, e anche uniformata. Mi sembra che le francesi, con la loro onnivalente puzz
a sotto il naso e aria scazzata, non abbiano bisogno di dimostrare che stanno alla moda.
E poi che per quanto il carattere degli autoctoni non mi piaccia, forse è imprescindibile dall'atmosfera di questa città che la rende, più di ogni monumento o fatto storico, quella che è. Non so se sia per i viali alberati o per la quieta vigilanza dei grandi palazzi grigi, o il fiume, o tutto questo assieme. Se non fosse per questa impalpabile e indefinibile atmosfera, forse Parigi sarebbe davvero una città sopravvalutatata.

Ad ogni modo, dopo una mezza dozzina di cambi di marciapiede, arrivo a Nostra Signora.
La mia macchina fotografica deve aver valutato la possibilità di iscriversi a un sindacato dato l'utilizzo spregiudicato che ne ho fatto. C'è poco da dire, Notre Dame è una figata. Soprattutto adesso che la facciata è stata da poco pulita e ristrutturata.
cimg0452
Tante foto. Vista nord, sud, est, ovest e se possibile anche dall'alto. Già, perché non andare sulle torri? Bella domanda.
L'ingresso alle torri chiude alle 16:45. Arrivo  in coda con  12 secondi MISURATI di ritardo. Niente da fare, chiuso (siamo mica in Italia, qui...). Dopo aver inutilmente  cercato di muovere a compassione la signora addetta, bestemmio (in italiano: sia mai che voglia tornare domani).
Il giorno dopo capirò che non è stato un fiscalismo inutile (e tuttavia rimango perplessa sulle modalità di questa coda). Quindi non mi resta che fare un giro all'interno... demofobia canaglia, non riesco a godermela appieno neanche stavolta.
 Troppi turisti, troppi riflettori. Mi domando: ma che razza di spettacolo dev'essere questa cattedrale quando è vuota??? E cerco di immaginarmela così. La navata centrale è accessibile solo ai fedeli e sono sicura che non ce la farei a passare per fedele. Ma comunque i riflettori indiscreti non permettono un raccoglimento decente. Meno male, ho evitato la conversione anche stavolta.

Coi piedi a forma (e odore) di frittella, me ne vo in albergo. Ho scritto a una ragazza che si trova a Parigi per chiederle se ci trovavamo, ma non mi ha risposto. Sono le sei, l'ho data per dispersa.
(continua...)

...e invece alle sette meno un quarto mi manda un messaggio dicendomi che è agli Champs Elisées e se ci vogliamo vedere. Io ho appena messo all'aria i miei piedi piagniucolanti, quindi rimando a più tardi. Insomma, dopo una serie esilarante di sms (e una chiamata, mannaggia) mi ritrovo davanti al centro Pompidou mentre la disgraziata se n'è appena andata. Sono le otto e mezza, e decido, casomai i miei piedi non ne avessero già abbastanza, di farmi un giro davanti al Louvre (perché per stavolta non ho alcuna intenzione di entrarci) e poi, chissà.

Senonché dopo aver ritratto la famigerata piramide con vari tempi d'esposizione, vedo la Torre che famigerata fa capolino, e faccio un ragionamento un po' fallace. Mi dico: se la vedo così nettamente, sarà vicina. Ora, ricordo che Lucio diceva che da camera sua nelle giornate di sole si vede il Monviso. Ora, a parte che io non c'ho mai creduto, ma comunque fosse stato vero ciò non significava che il tragitto Genova-Monviso fosse agevole a piedi. Avrò riprova di questo mi calcolo avventato quando dopo aver macinato qualche chilometro mi avvicinerò a una mappa della città e, ommioddio. Comunque non riesco a individuare la metropolitana (non chiedetemi come abbia fatto a mancarla, ho dei ricordi un po' allucinati...).

Comunque la Torre non si fa perdere di vista, almeno.... anche se con quelle lucette nuove è una truzzaggine pazzesca, ma per fortuna dopo un po' le spengono. E rimane la struttura ferrea illuminata dal solito giallognolo.
Sotto la Torre, il dramma. Non riesco a vedere dove possa essere la metro. Lì sotto, gente a cui chiedere non ce n'è (tutti turisti o venditori di squallidissimi gadget che io mi domando, ma chi cazzo le compra quelle torrette che diventano di colori il più possibile fastidiosi se messi in successione?).
Faccio due passi per i Campi di Marte. Chiedono, mi dicono di tornare indietro a destra. Giunta all'altra estremità della torre, quasi sul fiume, richiedo e mi dicono di andare a sinistra. Riesco a mancare anche quella e però, alla fine, mi ritrovo in una fermata molto periferica (Bir-Hakeim) e molto -hem- ben frequentata. Carina, la metro passa sopra... si vede il fiume, la gente, le macchine. E che altro dovrei vedere?


Il mio letto, quello voglio vedere... e stanotte mi sa che da sola ci sto proprio bene :)

(by deceptionisland)
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mercoledì, 25 ottobre 2006 ore 15:18
Ieri sera sono entrata in una brasserie sperando che mi facessero un croque-monsieur (una specie di toast con burro e formaggio che oltre a trovarsi dentro, sono anche all'infuori e formano una deliziosa patina croccante... SBAV - e forse anche qualcosa dippiù sopra, ma non ricordo). Ma, a parte che il croque-monsieur non c'era, ha cominciato a prendermi nausea alla lettura di qualsiasi cosa fosse nel menu.
Insomma, mi sa che mi è venuta in soli 3 giorni la prima sindrome gastrointestinale del viaggiatore, con tutte le sue spiacevoli conseguenze. Di solito sono abbastanza fiduciosa sulla tenuta del mio stomaco, ma dopo i fasti di qualche settimana fa non me la son più sentita di tentare la fortuna nemmeno con una niçoise.
Così, avvicinandomi mogia al (cameriere? proprietario?) gli ho detto (incartandomi su tutte le r mosce, come mi succede quando sono un po' imbarazzata e tento di sembrare disinvolta in questa lingua segretamente isterica) che mi sentivo male e dovevo andare a casa. Mi ha squadrata con aria giustamente sospetta (come si fa a sentirsi male così, dopo quattro minuti e guarda caso subito dopo la lettura del menu?) e anche un po' schifata, come solo i francesi sanno fare, e ha sputato un laconico: oché.
Ero sincera, miseria ladra, ma credo che alla mia buona fede crederemo solo io e il cesso del pianerottolo.
Fortunatamente stavolta non ho abbisognato di un catino.
(by deceptionisland)
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martedì, 24 ottobre 2006 ore 21:54
Dunque, ho verificato personalmente i seguenti miti su Parigi:
1 -  Il pane si presenta esclusivamente sotto forma di baguette.
2 - Il formaggio è svenevolmente ottimo.
3 . Quella cazzo di torre si vede da ogni parte della città. Peggio del santuario di Monte Grisa a Trieste.
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E stasera ho scoperto che a due traverse dalla mia via c'è la Biblioteca Georges Brassens (e allora, manco una sala di lettura deandradica vogliamo fare a Genova?)
(by deceptionisland)
Categorie: viaggi

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domenica, 22 ottobre 2006 ore 23:02
Come inizio non c'è male. Arrivo in autostazione corriere e scopro che in realtà la domenica la corriera delle dieci e zerosei non c'è. Dandomi della pirla e rosolando nei sensi di colpa ho chiamato Lucio perché mi accompagnasse in macchina al ridente aeroporto di Ronchi dei Legionari, dove ho scoperto che effettivamente avrei potuto prendere quella delle undici.
Voli regolari, anzi in anticipo, scalo inutile a Malpensa, sonno becco che mi ha ridotta a una larva durante i voli perché, come mia tradizione, la notte prima di una qualsiasi partenza non capisco più un belino e mi tiro in avanti fino all'inverosimile le faccende più stupide.
Epperò, una volta che ero quasi contenta di aver fatto stare tutto in valigia in modo ordinato e intelligente, ti pareva che dovessi avere pure la soddisfazione di aver azzeccato l'abbigliamento. Macché: qui ci sono ventun gradi e io ho portato una pletora di magliette pesanti a collo alto in quanto, secondo le opinioni di mamma e televideo, a Parigi ci sarebbero stati 15 gradi di massima.
Sudando come un lottatore di sumo in agonia e imprecando contro la tendenza del mio trolley a basculare forsennatamente, cercando di alternare francese forbito e bestemmie in italiano per il prezzo del pullman dall'aeroporto Charles de Gaulle a Montparnasse (14€), mi domando cosa ci sia di tanto diverso tra Parigi e Bombay, dato che anche qui piove come iddio la manda e fa un caldo - che forse senza il cappottino nuovo non sembrerebbe così allucinante.
(Peraltro è chiaro che al ritorno, non essendoci nessun pullman che arrivi al CdG alle 5:45, dovrò spendere una fortuna in taxi)
All'arrivo a Montparnasse la mia faccia da caldane, associata ad una palese afasia da cessata salivazione, suscita la simpatia e la commiserazione dei bigliettai, che mi rifilano una carte orange senza troppi complimenti. Ora potrò andare dappertutto per una settimana. Peccato che la passerò a Meudon a lavorare, ma questo è un altro discorso.
La par
te del leone comunque l'ha fatta la mia cameretta al risparmio. Sicuramente.
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CIMG0161CIMG0162Le dim
ensioni sono risibili, non c'è il cesso (che è al piano) e nemmeno la doccia, che devo andare a fare al quarto piano (ci sarebbe anche a pianterreno, ma mi vergogno a farmi vedere dal concierge in accappatoio). Dalla finestra c'è una vista un po' inquietante. Però c'è il wifi e anche un televisore stragnocco al plasma (forse - insomma, di quelli ultrapiatti). Purtroppo, non sono al terzo piano.
E ora mi dedicherò alla presentazione che dovrò fare domani all'osservatorio. Giusto per dare ad intendere che non son mica qui in gita di piacere, io. Lol.
(by deceptionisland)
Categorie: viaggi, imprevisti

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mercoledì, 18 ottobre 2006 ore 15:40
Il sogno di stamattina (dato che ricordo soltanto la parte che ho sognato dopo essermi riaddormentata stamane) è stato talmente inquietante da lasciarmi tuttora un groppo nello stomaco e una sensazione addirittura di paura.
Me ne ricordo solo un pezzo.
Ci sono un uomo e una donna in una cucina. La donna è un’amica oppure una sorella della moglie dell’uomo. L’uomo ha deciso di “educare” questa donna, nel senso di punirla ogni volta che costei agisce o parla in modo a lui sgradito.
Mi sorprendo a parteggiare per l’uomo, avendo un vago ricordo che effettivamente la donna si comporti in modo stupido; eppure nel sogno mi immedesimo con lei (nel senso che “entro” nel suo corpo).
Questa cucina è piena zeppa di cose disposte in piedi sulle numerose mensole. Oltre a bicchieri, piatti, pentole e pentolini c’è una quantità veramente incommensurabile di ninnoli, oggettini di cristallo e porcellana, cose che possono essere candele e matite, tutte in piedi sulle mensole di legno. Il muro bianco intonacato ha delle figure dipinte sopra, nello stile delle pubblicità e figurine anni cinquanta/sessanta (quelle della Coca-Cola, per capirsi). Una di queste figure rappresenta un gruppo di amiche sorridenti, delle quali una ha appena deciso di comprarsi un vestito nuovo dopo essere notevolmente dimagrita (ed essendo un sogno non chiedetemi come faccio a saperlo). Quella figura emana una certa malignità, nel senso che mi pare di percepire che le amiche sotto sotto la considerino ancora grassa. Spostando una lavagnetta si vede una didascalia alla figura che recita “E le dimensioni…”
C’è una specie di cornice pitturata, di color legno, lungo tutto il muro, che è nascosta da mobili, lavagne, mensole e dagli oggetti sopra le mensole.
C’è anche una enorme lavagna di ardesia nera ed è davanti a questa, con un gessetto in mano, che si trova la donna all’inizio di quello che ricordo.
L’uomo è alla sua sinistra, a fianco della lavagna, e le sta ingiungendo di scrivere un certo numero di volte una frase alla lavagna: una penitenza, come alle scuole elementari. Non ricordo la frase, ma non è una solita penitenza. Rassomiglia di più alle frasi di Shining.
Però la lavagna è già piena zeppa di scritte e la donna non deve assolutamente cancellarne nessuna.
Incomincia a scrivere, zigzagando tra le scritte. Scrive la prima frase. Comincia con la seconda, ma l’uomo le dice che mentre la scrive vuole vederla venire verso di lui. Cioè vuole che la scriva al contrario. Lo spazio sulla lavagna è esaurito. La donna comincia a scrivere sul muro, ma non sulla parte bianca dato che non si vedrebbe, bensì sulla cornice e sulle altre figure dipinte nascoste (ora sono immedesimata nella donna, sono io che scrivo). Per farlo comincia a spostare l’innumerevole quantità di oggetti che ricoprono le mensole, e l’uomo preso da una specie di esaltazione comincia a spostarli anche lui, rovesciandoli, ma creando poco spazio.
Arriva una telefonata: è per l’uomo. Dall’altro capo del telefono so che c’è un dottore, che ha intenzione di sventare un complicato progetto dell’uomo, oppure di ricattarlo, insomma di intralciare i suoi piani in qualche modo. L’uomo è visibilmente contrariato, mentre parla al cordless color grigio metallo.
La donna non sta più facendo la penitenza. Ora io sono io e non sono più immedesimata in lei. Prendo un piatto fondo da una mensola: i piatti sono puliti solo in apparenza, in realtà contengono avanzi di riso al tonno.
È come se chi si occupa della casa fosse assente per qualche giorno.
Comincio a sbocconcellare il riso al tonno, nonostante l’uomo, che ha concluso nel frattempo la conversazione, mi sconsigli dal farlo, dato che è riso della sera prima e il tonno sarà rancido.
Non gli do ascolto, e anzi intingo il riso in una macchia al lato della lavastoviglie, che si trova insieme al lavandino in una stanza più piccola adiacente alla cucina, dal lato opposto rispetto alla lavagna. Questa macchia è presumibilmente sugo di pomodoro al tonno. È effettivamente rancido, ma da più sapore al riso.
Nonostante probabilmente il dottore al telefono gli abbia chiesto di presentarsi da lui tempestivamente, l’uomo indugia e pesca dalla lavastoviglie un oggetto che non identifico, storcendo il volto come se dall’elettrodomestico, aperto mentre era ancora in funzione, emanasse un intollerabile fetore.

Un’altra parte del sogno è riaffiorata: vedo documenti non italiani su una scrivania. Non riesco a capire di che documenti si tratti: sopra ci sono foto mie con i capelli molto corti (un paio di centimetri). Sono state scattate a mia insaputa. So di essere negli Stati Uniti e di essere stata schedata per un crimine minore, o per essere associata a una persona che ha compiuto un crimine minore. C’è una cartella con parecchie mie foto; chiedo a un uomo (un pubblico ufficiale?) che cosa riguardi. Pare che io sia sospettata di far parte di una setta di tre persone che organizza riti sabbatici con coinvolgimento di persone contro la loro volontà. Cerco di spiegare che non c’entro nulla, ma mi rendo conto che sarà l’indagine in corso a stabilire se sono io o no. Penso che se si fosse trattato di qualcosa di più divertente, avrei ammesso che ero io anche se non era vero.
(by deceptionisland)
Categorie: deliri e sogni

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martedì, 17 ottobre 2006 ore 11:01
È la prima volta che visito Venezia da sola, e mai come oggi mi è sembrata bella e strana. Sono arrivata alle nove meno un quarto con un treno molto tenero – un regionale da Piovedisacco che faceva lo stesso rumore e dava la stessa idea di stabilità di un pullman.
Una volta superata la mia naturale repulsione per le grandi folle, che si concentrano in gran quantità attorno al Ponte degli Scalzi, mi sono pian piano lasciata infiltrare dallo spirito umido della città.
Ho deciso per protesta di non prendere il vaporetto – vabbé che siamo a Venezia, ma 5 euro per l’equivalente di una corsa in autobus mi è sembrato eccessivo. Magari i costi del vaporetto sono veramente quelli, ma per me è troppino.
Così sono andata a piedi, e mi sono persa un paio di volte, con molto piacere. L’aria fresca e il sole limpido si sono fusi in una gradevole sensazione di stordimento, di quello che però ti mette ancora più voglia di camminare e di perderti, alternando canali, ponti e strettoie dai muri spruzzati di muschio.  Purtroppo o per fortuna, le mie mappe erano sufficientemente accurate e mi hanno permesso di arrivare all’Accademia in tempo per il talk del mio capo.

Ho ritrovato a sorpresa La Bionda, altrimenti detta La Petulante da alcuni, la cui figura può essere riassunta così:
Il suo maggior pregio è che dice quello che pensa.
Il suo peggior difetto è che dice tutto quello che pensa.
Il mio collega la schifa perché effettivamente fa dei ragionamenti un po’ strampalati, ma presa nel modo giusto è una persona perfin piacevole. Insomma, tant’è, quando l’ho scorta in fondo alla sala e mi ha fatto un saluto oggettivamente sproporzionato, mi ha fatto piacere.

Ora, il mio capo lo ammazzerei. Cioè, è una grande perché menziona tutti i suoi dottorandi e laureandi durante i talk, e questa è cosa buona e giusta. Ma sono secoli che usa quelle cazzo di figure vecchie del modello antidiluviano del bulge, dalle quali peraltro si capisce una fava.
Eccola. Mi ha appena raccomandato di placcare un tizio che secondo lei sa tutto sul sodio. Io non son capace a fare queste cose, miseria ladra.

(by deceptionisland)
Categorie: viaggi, lavoro

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lunedì, 16 ottobre 2006 ore 14:06
Adoro quando un coautore inizia una mail dicendo: Il tuo articolo è eccellente, strabiliante, inglese perfetto, gran bel lavoro, mi sono sparato un pippone mentre l'ho letto.

E poi seguono due paginate di cose che secondo lui andrebbero cambiate.
(che su un articolo di quattro pagine non è niente male.)
(by deceptionisland)
Categorie: lavoro

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lunedì, 16 ottobre 2006 ore 12:42
Tra 6 giorni a quest’ora sarò su un aereo per Parigi. (Mi piace pensarlo, anche se in realtà sarò su un aereo per Milano Malpensa dove farò due ore di scalo e dove con tutta probabilità, per la legge dei grandi numeri, mi perderanno il bagaglio. Peccato che la Air France paia una compagnia seria e non prometta grandi gioie come la Kingfisher.)
Siccome fare i bagagli mi rende oltremodo nervosa, ho scelto un approccio materno e ho cominciato a fare la valigia oggi. Si pone da subito l’ardua questione: come vestirsi per il viaggio in modo da non crepare di caldo a Trieste (dove ci son 20 gradi) o di freddo a Parigi (dove ce ne saranno ottimisticamente una decina)? La risposta sta nel classico abbigliamento a cipolla, e grazieadio il vantaggio di avere un po’ di ciccetta sulle gambe è che te le rende termicamente isolate almeno per un certo range di temperature. Abbastanza da non dovermi spogliare al Charles de Gaulle per infilarmi i collant.
Una cosa che mi emoziona parecchio ☺ è che userò l’ombrello. Qualcuno potrebbe obbiettare che anche in India dovrei averlo usato, ma io e Lucio siamo stati abbastanza grulli da non portarcelo, in modo da testare appieno l’inefficienza dei nostri impermeabili e guadagnarci qualche giorno di febbre alta. Quindi è la prima volta in un sacco di tempo che userò l’ombrello in modo ufficiale e continuativo, dato che a Trieste andarci in giro in caso di pioggia e bora equivale a bagnarsi allo stesso modo e trovarsi alla fine con un ammasso indistinto di lamiere e tela cerata in mano.
Dopo un primo timido tentativo ho constatato che gli stivali nuovi occupano da sé metà della valigia. Quando succedono cose come queste mi domando come mai al vecchio Pauli non sia venuto in mente di estendere il principio di esclusione anche a entità un po’ più macroscopiche, tipo gli indumenti in una valigia. E sospetto che sia perché esistono donne, come mia madre, che essendo all’oscuro della fisica quantistica riescono a violarlo senza preoccuparsene e a trasformare una valigia di dimensioni finite in una specie di wormhole. Io però, avendo studiato queste cose, mi sa che mi metterò gli stivali per il viaggio.
Altra questione non irrilevante: il vaccino. Il quale esige di essere mantenuto a temperature non inferiori a gradi due né superiori a gradi otto. Ora, i signori produttori giurano che basti non congelarlo e a temperatura ambiente ti dura anche un mese. Ma bisogna definire la temperatura ambiente istante per istante. Me lo faranno portare come bagaglio a mano? E in caso contrario, mi si gelerà nella stiva? E a Parigi, dove non avrò un cazzo di frigo, che faccio, lo tengo fuori dalla finestra? E se nevica? Oppure lo do al proprietario dell’albergo che me lo metta nel suo frigo? O ad Aurélie? Oppure cerco un frigo all’osservatorio?
Però, un viaggetto mi ci voleva proprio. Ora, a causa di quel maledetto Polanski, starò dieci giorni con cesso e doccia sul pianerottolo; siccome sono una ragazza viziata, non l’ho mai fatto per più di uno o due giorni, e sarà divertente. Ho barattato questo comfort con la colazione. Spero che mi servano cioccolata, e che la mia stanza sia sempre al terzo piano.
(by deceptionisland)
Categorie: viaggi

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venerdì, 13 ottobre 2006 ore 11:26
La depressione è un buco nero.
Tutto ciò che in un animo umano da luogo a sensazioni, stati d’animo, reazioni viene risucchiato da una massa senza forma che non sei in grado di vedere e di cui non sai dare una localizzazione.
La tua energia, la tua rabbia, la tua determinazione collassano e vanno ad aumentarne l’entropia. Senti dentro di te un ribollio incommensurabile, ma non hai idea di come incanalarlo per tramutarlo in qualcosa di concreto.
Vorresti che ti passasse sopra un treno, che qualcuno più forte di te ti picchiasse, vorresti essere infilzato allo stomaco da uno stiletto.
Ti siedi per ore a fissare. Non guardi il vuoto, guardi delle cose che svuoti di senso.
Passa una mosca davanti ai tuoi occhi, che studiano le ombre delle ragnatele nell’interstizio tra l’armadio e il muro. Provi disgusto di tutto questo, ma lo provi come se nella ragnatela ci fossi tu. Ragnatele, sabbie mobili: più ti agiti, più t’invischi. E rimani nel tuo letto, piegata in posizione fetale, l’unica che sembri dare sollievo al tuo stomaco, martoriato dal nervoso e dalle schifezze che mangi – perché hai le braccia troppo pesanti sia per cucinare, che per lavare quello con cui hai mangiato – piatti e posate sporchi giacciono sul tavolo, sul comodino, perfino sul letto e tu ti domandi in quale catapecchia sei finita.
La tua rabbia è tanto maggiore in quanto sai che sei una ragazza fortunata. Sai che non hai nulla di cui puoi lamentarti. Sai ormai che la tua cellulite, la forma del tuo mento, la circonferenza delle tue caviglie non possono più essere delle scuse. Hai entrambi i genitori che, coi loro limiti, sono ancora in salute, ti vogliono bene e ti aiutano. Il tuo capo ti stima. Magari hai anche un ragazzo innamorato.
A tutte le persone che sono messe peggio di te, hai pensato così tanto che ti sembra di conoscerle una ad una, per nome, per viso. Ma l’unico effetto che questo ha avuto è di farti sentire responsabile della loro condizione. Ognuna di queste persone con i loro problemi è seduta sul tuo stomaco.
Ti giri di lato, ti pieghi nella tua posizione fetale, così ti lasceranno in pace. Li odi, per un po’ pensi che è colpa loro dei problemi sia propri che tuoi. Non ci credi, ma lo pensi per un po’, per guadagnare un po’ d’aria.
Il tempo ti cola addosso come pece. Ti raggomitoli disperatamente sperando di tenerlo fuori da quella bolla d’aria sotto le coperte.
Neanche a questo credi, ma lo pensi per un po’.
Finché non ti astrai completamente, e dormi.
Non è il sonno del giusto, non ti darà pace. Sai che ti sveglierai peggio di prima. Ma non t’importa. Tra la non-vita, vista sotto la luce implacabile della coscienza, che ti ricorda ogni momento quello che dovresti fare, e questo sonno, senza regole né sicurezze, scegli il sonno.
E un altro ciclo si chiude.
(by deceptionisland)
Categorie: disagio

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giovedì, 12 ottobre 2006 ore 19:59
Zero punto tre millilitri. Ovvero, terza dose di vaccino.
Mi sento un po' debole e accalorata. Però  sono sollevata di questa debolezza, perché mi da un senso di distensione, una specie di stuzzichino di trip, su cui posso far affogare l'ipercinesi dei miei pensieri malati e da cui far affiorare soltanto le sensazioni più rilassanti.
Ha sempre fatto molto effetto su di me l'idea di proteggersi da qualcosa andandogli dritto incontro. Inocularsi un vaccino. Combattere le proprie fobie mettendosi nella situazione di massimo disagio. Assumere veleni per acquisire l'immunità.
E così, in un certo senso, oggi mi sono vaccinata due volte.
Non sono ancora sicura se riuscirò a proseguire la cura come si deve (tutti i giovedì verso le 17.30), né se riuscirò a mantenere le debite distanze dividendo il banco con lui (tutti i lunedì e i giovedì dalle 18.30 alle 19.20). La costanza non è mai stata una delle mie virtù migliori, tanto più che i tempi duri non sono ancora arrivati... e ho visto troppe volte sorgere il "sol dell'avvenire" per crederci ancora con tanto puerile entusiasmo.
Ma è anche vero che sto superando il periodo del "nonsonbuonaaniente" :)

(E comunque ribadisco, è sempre una pessima idea cominciare un blog quando si ha da poco rotto con il proprio ragazzo. Vengono fuori delle cose che alla meglio sono senza né capo né coda, e alla peggio per darci un senso si conclude nello sproloquio giornalistico-sensazionalistico-cinematografico-domani-è-un-altro-giorno. Com'è ovvio, lo lascerò senza capo né coda)
(by deceptionisland)
Categorie: diario

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