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Narcisistico 41% 41%
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Dipendente 10% 37%
Ossessivo-Compulsivo 50% 40%
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Credits



giovedì, 30 novembre 2006 ore 12:36
Primo vago accenno di bora. Cielo pulito, freddo cane, panni stesi che si asciugano in mezz’ora. Troppo freddo anche per i gabbiani-macachi che si guardano bene dal sorvolare la mia biancheria scacazzandoci su.
Proprio una bella giornata.
(by deceptionisland)
Categorie: diario

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venerdì, 24 novembre 2006 ore 15:07
Ho una nostalgia lancinante di quando andavo a lavorare il sabato sera da Nick Masaniello, a Genova. I miei lamentavano un incremento delle bollette del telefono (avevo scoperto internet da poco, e all'epoca le flat non erano ordinaria amministrazione). Così ho deciso di guadagnarmi la pagnotta, rifiutare le loro duecentomilalire al mese e andare a imbucarmi in questo bar malfamato.

Mia madre mi offrì un congruo aumento di paghetta purché non andassi, ma rifiutai.

Correva l'anno duemila. Iniziai a settembre. Tutti i sabati alle sette meno venti m'incamminavo, insinuandomi come una goccia di sangue nel cuore di quella Genova che amo in modo ancestrale. Una volta giunti in piazza Matteotti, c'erano diverse vie che potevo prendere, ma la mia preferita era quella che passava da Vico San Matteo, davanti alla chiesetta, e poi al cinema, e poi da piazza Campetto, attraversata via Luccoli, di cui catturavo sempre uno scorcio splendido nella luce crepuscolare, m'infilavo in una viuzza bianca che saliva un po'. Credo si chiamasse Vico Chiesa delle Vigne, è difficile ricordarsi tutti i nomi in quel dedalo di carruggi...

Quel vicolo, come tutta la zona in cui andavo a infilarmi, era frequentato principalmente da extracomunitari. Passavo davanti a un negozio di spezie africane che ricorderò finché campo, non so perché. Poi piazza delle Oche, via delle Vigne e vico Mallone: lì era lo strettissimo ingresso di quel circolo ARCI di cui nessuno dei clienti, in realtà, all'epoca aveva la tessera.

Se arrivavo un po' in anticipo, era molto probabile che passassi davanti a qualche monolocale dove una donna di colore si preparava, con calma e con la porta spalancata, ad esercitare la professione più antica del mondo. Poi alle sette staccavano.

C'era odore di umido, di muffa, di alcool, di fuliggine, tutto mischiato, e altre cose ancora.

E se mi rimanevano cinque minuti prima dell'apertura, facevo un giro in via della Maddalena. C'era vita, tanta vita, c'era movimento, c'erano colori che sbucavano impazziti dal grigio dei vecchi palazzi, c'era vociare di prostitute vestite in modi improbabili, enormi sacchi della spazzatura smistati da maghrebini incazzosi, e le calde luci dei bar che cominciavano a fare capolino nell'oscurità. La gente poteva fare o non fare caso a me, lanciarmi occhiate o commenti, non m'importava, il cuore mi si riempiva, eppure mi si alleggeriva. Camminavo per quegli anfratti, sola e in compagnia, una condizione perfetta e irripetibile.

La serata al Nick iniziava quieta. Arrivavo e nel locale in penombra le sedie erano tutte sui tavoli dopo la (sommaria) pulizia pomeridiana; allora cominciavo a tirarle giù, e ad accendere candele sui tavolini e nelle nicchiette. Qualche volta trovavo un amico del padrone che, per così dire, pernottava lì; allora aspettavo qualche minuto che si rivestisse e uscisse.

A parte questo, non c’era mai nessuno alle sette, tranne una donna con AIDS conclamato che di quando in quando veniva a parlare con la ragazza lesbica che lavorava con me. Non che quest’ultima fosse la persona più adatta, e infatti scazzava dopo poco, ma l’altra era talmente partita che non se ne accorgeva neppure.

Per le prime due ore non c’era veramente null’altro da fare, e una volta ho provato a leggere un fumetto, ma il padrone mi ha ripresa; allora cominciavo a sistemare i bicchieri, distribuire le noccioline nelle ciotole, tagliare le arance e i limoni, e qualche volta pulivo lo scolapiatti. La prima volta che l’ho fatto ho sollevato la grata e sotto si era ricreato il brodo primordiale, credo; suppongo che l’unico motivo per cui non si era sviluppata una società organizzata lì sotto fosse che ogni sera girava talmente tanto fumo in quel posto senza finestre che i microrganismi verdi del brodo erano troppo strafatti per pensare al progresso. Comunque, li sterminavo una volta al mese.

Non era l’unica forma di vita non umana che si aggirasse da quelle parti. Qua e là, nei pertugi, c’erano delle rudimentali trappole per scarafaggi, che si basavano più o meno sullo stesso principio della carta moschicida. Quando sono arrivata la prima volta, siccome non volevo che mi fregassero la giacca, l’ho appoggiata per terra sopra la borsetta dietro il bancone, in un angolo buio. Quando a fine serata (o a inizio mattinata, secondo i punti di vista) l’ho ripescata da lì, c’era una di queste trappole con annessi scarafaggi appiccicata ad una manica. Grazie al cielo non sono schizzinosa – e comunque dopo undici ore di lavoro anche il peggior rompiballe vuole solo mettersi a riposo. L’ho staccata con nonchalance e ho indossato la giacca come se nulla fosse, intrufolandola poi di soppiatto tra la roba da lavare.

La bagarre vera e propria cominciava a partire dalle dieci. Pare che il venerdì fosse anche peggio. Le due esigue salette del locale si riempivano di gente e fumo (di candele, di tabacco, di erba). I più disparati esemplari di umanità venivano a raccogliersi lì in modo quasi rituale. La saletta secondaria di solito era frequentata da suonatori e artisti, anche bravi, che poi nella vita quotidiana facevano tutt’altro lavoro. Facce rugose, capelli argentati e occhi rossi annacquati. Un’aria stanca e delusa che sembrava trovare nell’alcol il suo habitat naturale, come un ritorno all’amnios. Ogni tanto veniva improvvisata una jam session con risultati generalmente più che discreti. Io sono sempre stata solerte al bar, ma qualche secondo per fermarmi ad ascoltarli riuscivo a incastrarlo tra le ordinazioni frenetiche, i bicchieri da lavare e le candele spente da andare a recuperare (sgomitando in modo forsennato) e sostituire su tavoli ricoperti di qualsiasi schifezza.

Considerando che un normale long drink veniva a costare l’equivalente di 5/6 euro e che pagava me e la mia collega l’equivalente di 3 euro l’ora (totalmente in nero), non si può negare che il padrone fosse un negriero. Va detto però che non si è mai comportato da stronzo e non ha mai molestato nessuno. Non c’ha manco mai provato. (Chissà, magari ci sarei stata.)
Soprattutto se c’era qualche mio amico, cercavo di fregare sul prezzo, tirando giù di una o duemila lire. Un paio di volte m’ha beccata, e allora facevo la gnorri dicendogli che mi ero confusa.
Nonostante i prezzi e la scarsa varietà delle consumazioni, era sempre strapieno. C’erano persino dei vip, ogni tanto. Senz’altro uno dei motivi per cui la gente veniva a rinchiudersi in quella lattina era che il locale teneva aperto fino alle cinque e, se al padrone girava, anche fino alle sei. (Ovviamente io ho lavorato anche la sera in cui è scattata l’ora solare: 12 ore invece di 11.)

Ma soprattutto, ci si poteva riempire di droga fino agli occhi, in modo pressoché indisturbato. Ciononostante, non ho praticamente mai avuto fastidi da parte degli avventori; tutt’al più qualche apprezzamento pesante. Anch’io facevo la maliziosa di tanto in tanto, ovviamente senza mai eccedere (per mantenermi la clientela, dicevo; la verità è che sono un’esibizionista innata).
Ma quel posto emanava anche un fascino involontariamente retrò, risultato dell’accumulo casuale di pezzi d’arredamento altrimenti destinati al macero. Divani di velluto verde sbiadito e strappato, tavolini di finto marmo talmente sporchi da sembrare nati così, cassapanche, e vecchie sedie – rigorosamente di legno e rigorosamente scricchiolanti, tutte scombinate l’una con l’altra, alcune laccate di vernice di colori improbabili.

Una volta là dentro, era come se tutti fossimo sulla stessa vecchia barca, una famiglia stanca di ritorno a casa da una giornata infruttuosa. Io lavoravo freneticamente, mentre i clienti si ubriacavano e si facevano: ma di fondo c’era la stessa esigenza, quella di uscire dal tracciato. E sia io che loro eravamo felici mentre lo facevamo, di una felicità stordita, temporanea, illusoria.

Per tenermi su, trangugiavo mediamente un litro e mezzo di coca cola a serata – con una fettina di lime nel bicchiere. Sciccheria più estetica che altro. Il caffè non mi piace e peraltro non avevamo neppure la macchinetta (ed ero ancora troppo timida per girare fra i tavoli chiedendo un tiro di coca). Una sera mi fecero un brutto scherzo: comprarono la coca cola senza caffeina. Quella volta fu dura.

Ogni tot, si rompeva la ghiacciaia, e non era simpatico, dato che gli alcolici si trovavano su una mensola illuminata a mo di terzo grado da una luce posta qualche centimetro sopra. La maggior parte degli avventori non ci faceva caso, specialmente dopo le tre, quando i più erano quelli che chiudevano il giro dei locali e non sono sicura che riuscissero più manco a percepirla, la temperatura. Alcuni invece ci rimanevano male… nel qual caso senza farmi vedere cercavo di “riciclare” il ghiaccio, ovvero di recuperare qualche residuo di cubetto dai bicchieri che raccoglievo dai tavoli, sciacquandoli e  mettendoli nei drink che preparavo. Lo ammetto, se ci penso adesso mi viene la nausea, però erano contenti tutti.

Ad una certa ora scattava il provvedimento igienico. Non essendoci assolutamente aerazione nel locale, era impensabile spruzzare qualcosa. Così, venivano accese delle luci UV al neon. Il cui effetto volendo era quello di mettere a tacere i batteri, ma essenzialmente si andava ad aggiungere al fumo per cauterizzarmi gli occhi. La mia lacrimazione cessava all’incirca alle due e mezza, e di lì in poi si andava avanti riciclando le lacrime già usate. Verso le tre e mezza/quattro, ogni volta che sbattevo le palpebre mi sembrava di strigliarmi le cornee. Essendo l’unica persona rimasta sobria nel locale (non bevevo mai alcolici lì dentro, al contrario della collega) ero anche la sola che ne risentisse in modo sensibile.
Allora andavo ogni tanto in quella specie di pertugio che era il bagno, a rinfrescarmi un po’ la faccia. Non so come abbia fatto a non prendermi un’infezione da neglaeria, considerando le condizioni in cui versava (pardon) l’impianto idraulico.

Ricordo che i primi tempi venivamo aiutate da un piccolo negro, che si chiamava Mauro. Era gentile e disponibile, anche se di carattere chiuso, e quasi sempre imbronciato. Non so se fosse comproprietario del locale o solo aiutante. Qualche mese dopo il mio arrivo, non si presentò più, e venni a sapere in seguito che era morto di cancro al fegato. Mi dispiacque ovviamente, per quel quasi nulla che sapevo di lui; ma in quel baccello spazio-temporale anche la morte diventava quello che è, ossia un evento talmente naturale da non suscitare alcun dolore, qualcosa su cui era insensato porsi troppe domande, “una funzione come un’altra”.

Non lo facevo solo per la soddisfazione di avere dei soldi miei. Per me era un piacere perverso lavorare lì, dividere l’angusto bancone con la collega sgreusa, rischiare di soffocare e venire calpestata ogni volta che dovevo fare i tavoli, devastarmi i piedi e le gambe fino a quando, verso le sei, una volta accompagnati fuori gli ultimi debosciati che erano rimasti spalmati sul mobilio antiquato più o meno privi di cognizione, me ne uscivo a farmi pungere il naso dall’aria frizzante del mattino.
Era una congiuntura fortunata. Per larga parte del mio periodo di lavoro il tragitto di andata coincideva col tramonto, e il ritorno con l’alba.

La domenica mattina, alle sei, la città era immobile. Mi sembrava di camminare attraverso i solchi della mano di una creatura addormentata da uno strano incantesimo. Sì, anche in quei momenti Genova era una città viva; semplicemente, dormiva, e io ero un esserino che curiosava nel suo sonno sperando di non turbarlo. Se provo a ricordare, quasi mi sembra di percepirne il respiro sotto ai miei piedi.

[Qualche giorno fa un’amica mi ha fatto notare che i carruggi, essendo così stretti, lasciano delle zone di muro perennemente all’ombra e all’umido, favorendo la crescita di muschi e muffe e creando un habitat naturale per forme di vita anche più macroscopiche (e posso testimoniare di aver visto strisciare lungo i muri l’ombra di pantegane grosse così). È questo secondo lei che dà l’impressione di città viva. Chiamatemi patetica, però non posso fare a meno di pensare che ci sia dell’altro.]

Facevo dunque a ritroso il cammino, mentre i colori del cielo mutavano e quelli della città, molto più pigramente, li seguivano. La luce colava giù per gli spigoli fino a riempire via via gli angoli di buio, in modo esasperantemente lento, quasi come in un rituale. Tutto questo lo registravo, senza accorgermene veramente lì per lì, frastornata com’ero. Assonnata sì, ma non abbastanza da maledire quei momenti. Camminavo con gusto.

I primi tempi, trovavo mia madre in piedi ad aspettarmi con la colazione pronta. Non andava a letto. Questo suo atteggiamento (che persiste ancora adesso che abito a 500 chilometri di distanza) mi urtava un po’. Le promisi che sarei tornata in compagnia.
Aspettavo allora il padrone, e poi tornavamo insieme per un’altra via, più buia ma meno intricata, pittoresca anch’essa e decisamente intonata con la fosca luce blu del mattino nascente. Passavamo da via della Maddalena e via Luccoli, e su su fino a infilarci di sbieco nel piazzale antistante la chiesa di San Lorenzo. La via san Lorenzo ci si dipanava davanti in salita, tagliando la visuale in quel suo modo caratteristico, quasi sfacciato. Era bella allora a vedersi così e oggi forse lo sarebbe ancor di più.
Facevamo colazione, offriva lui. (E ci sarebbe mancato altro, brutto frocio spilorcio.) Non sembrava a disagio, nonostante io fossi tanto più giovane e così orsa. E la cosa strana è che anche io ero rilassatissima – e chi mi conosce sa quanto in genere io fossi ansiosa e imbarazzata con i quasi sconosciuti.
Poi ci salutavamo in piazza de Ferrari, dove di tanto in tanto riuscivo ad acchiappare al volo un 35 che in due fermate mi sbolognava sotto casa.
Mamma provò a protestare che tornavo più tardi, ma le alternative erano: o così, o da sola. E per un periodo, sembrò addirittura quetare.

Purtroppo, mi trovai a dover preparare full time un esame che doveva essere la bestia nera mia e di molti altri: esperimentazioni di fisica 2. Il problema stava nel professore, totalmente incapace di spiegare, di modo che chi avesse fatto il tecnico o il perito elettronico ci capiva perché già sapeva, mentre gli altri (tra cui la sottoscritta) non aveva capito un’acca dall’inizio alla fine. L’appello di febbraio sarebbe stato l’ultimo con svolgimento “vecchia maniera”, e con un professore come il nostro un appello “nuova maniera” non poteva significare molto di buono. Così, qualche settimana prima dell’esame, rassegnai le mie dimissioni da Nick Masaniello. Resterei, se tornassi indietro? Non lo so.

Due mesetti dopo l’esame, ritornai lì, valutando fumosamente l’idea di riprendere il lavoro. Tutto era cambiato. Le vecchie ragazze che conoscevo non lavoravano più lì, la tessera era diventata obbligatoria, e gran parte dell’aria retrò del locale era andata perduta con la sostituzione dell’arredamento. Il posto era semivuoto. Uscii di lì in fretta, e con un magone in gola che non scacciai via per molti giorni.


(by deceptionisland)
Categorie: diario, lavoro

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martedì, 21 novembre 2006 ore 21:44
Io amo il mio capo.

Le ho fatto vedere con un grafico leggermente diverso da quelli che mi fa fare di solito, che il nostro modello di evoluzione galattica non è in grado di riprodurre i dati delle abbondanze di due elementi chimici.

Naturalmente lei ha detto che sono sbagliati i dati.

Immagino sia vano farle presente che si tratta di due insiemi di dati presi da due gruppi indipendenti, con metodologie diverse, diverse sistematiche, che riguardano due zone separate del centro della Galassia, e che cionondimeno vanno di buon accordo su tutto l'intervallo di valori.
E che quindi è probabile che le misure siano reali.

Potrei convincerla stavolta, ma domani si ripresenterebbe nel mio ufficio con la stessa idea di oggi.

Io adoro il mio capo.
(by deceptionisland)
Categorie: lavoro, idiozia umana

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martedì, 21 novembre 2006 ore 00:18
Non capisco perché la mia idea di appendere un sacco pesante nella mia cucina sembri così insensata.

Mmm. Ok, la cucina no.  Capisco che possa essere seccante scontrarci mentre stai cercando di trasportare una pentola di gnocchi roventi dalla cucina a gas al lavandino in tutta fretta perché non si sfacciano.

(Anche se forse, con un appropriato sistema di carrucole...)

Però io c'ho un letto che è grande come un ring.  Perché non  farlo pendere sopra il letto, dato che resta uno spazio altrimenti inutilizzato?

(Tanto, di acrobazie erotiche che richiedano lo sgombero dello spazio aereo sopra il letto mi sa che quella stanza non ne vedrà finché mi dura il contratto...)

Insomma, siccome prendere un gatto è un po' un casino, devo pur trovarlo un modo alternativo di rilassarmi...
(by deceptionisland)
Categorie: gatti, deliri e sogni

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giovedì, 16 novembre 2006 ore 13:27
Si sono dissolti
Nel rosso accennato delle mie palpebre
I residui di una realtà inquieta
Ma mia

E adesso
Che la luce impudica squilla alla mia finestra
Disordinatamente tento di avvolgerla
In una bambagia inutile

E s’inaugura
La processione dei piccoli orrori mattutini
Pensieri spauriti mi succhiano il sangue
Direttamente dalle viscere

Quanto a fondo respirai
Per intossicarmene a tal modo
L’aria si piega in due e in due ancora
Si frammenta
Incoerente

In un utero fittizio che non mi nutre
Gioco a un sogno dettato da altrui volere
Dove non ho voce
Né movimento

(by deceptionisland)
Categorie: poesie libri fumetti

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domenica, 12 novembre 2006 ore 23:03
Difficile trovare qualcosa che mi rappresenti (e non mi deprima a leggerlo) come quanto segue...

La SADAE (Sindrome di Attenzione Deficiente Attivata dall'Età): si manifesta così:

Decido di lavare la macchina.
Andando verso il garage, vedo che c'è posta sul tavolino dell'ingresso.
Decido di dare un'occhiata alle lettere prima di lavare la macchina.
Lascio le chiavi della macchina sul tavolino, vado a buttare le buste vuote
e la pubblicità nel bidone della spazzatura e mi rendo conto che è pieno.
Decido di lasciare le lettere, tra le quali c'è una fattura, sul tavolino e andare a svuotare il bidone nel contenitore.
Tiro fuori dalla tasca il libretto di assegni e vedo che ne è rimasto solo uno.
Vado nello studio a prenderne un altro e vedo sul tavolo la Coca cola che stavo bevendo e di cui mi ero dimenticato.
Prendo la lattina perché non si rovesci sulle carte e noto che si sta scaldando, perciò decido di portarla in frigo.
Andando in cucina osservo che il vaso da fiori sul comò dell'entrata è senza acqua.
Lascio la Coca Cola sopra il comò e scopro gli occhiali per leggere che stavo cercando da tutta la mattina.
Decido di portarli sul mio scrittoio nello studio, e poi mettere acqua ai fiori.
Porto gli occhiali in studio, riempio una caraffa d'acqua in cucina e, subito, vedo il telecomando.
Qualcuno lo aveva lasciato sul tavolo di cucina.
Mi ricordo che ieri sera lo stavamo cercando come matti.
Decido di portarlo in salotto, dove deve stare, dopo che avrò messo l' acqua ai fiori.
Verso un pochino di acqua ai fiori e la maggior parte finisce per terra.
Pertanto, torno in cucina, lascio il telecomando sul tavolo, prendo degli stracci per asciugare l'acqua.
Vado in entrata, cercando di ricordare cosa volevo fare con questi stracci...
Alla fine della serata la macchina non è lavata, non ho pagato la fattura,
il bidone della spazzatura è pieno, c'è una lattina di Coca Cola calda sul
comò, i fiori sono senz'acqua, c'è un solo assegno nel mio libretto, non
riesco a trovare il telecomando, né i miei occhiali per vedere da vicino,
c'è una brutta macchia sul parquet dell'entrata e non ho la minima idea di
dove sono le chiavi della macchina.

Mi soffermo a pensare come può essere che senza aver fatto niente in tutta la giornata
sia stato continuamente in movimento e mi senta tanto stanco.
(by deceptionisland)
Categorie: manie, zapping

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domenica, 12 novembre 2006 ore 20:25
Dopo aver subito umiliazioni in Francia e in Venezia Giulia (ché definirla Italia mi sembra tuttora indelicato), essermi fatta dire di tutto da un collega mentre cercavo dei debugger sempre più sofisticati dato che le tremila opzioni del debugger normale non sembravano sufficienti, dopo aver meditato di darmi allo spogliarellismo dato che la ricerca non fa per me, insomma, dopo aver raggiunto i ventri di disperazione che l'umore può toccare, il mio programma in FOTTRAN77 funziona.
E ovviamente è colpa del collega se prima non funzionava.

Godo come un riccio (pur continuando a pensare che la ricerca non faccia per me).
(by deceptionisland)
Categorie: lavoro

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venerdì, 10 novembre 2006 ore 11:17
Ieri Lucio mi ha detto una cosa che mi ha colpito abbastanza. Ha detto:
sarei stato pronto ad aiutare una persona che avesse avuto la forza di combattere per uscire dalla sua malattia, ma non ero preparato ad una malattia la cui caratteristica principale è che ti toglie proprio la forza di combattere.
Non ci avevo mica mai pensato.

(by deceptionisland)
Categorie: rapporti interpersonali, disagio

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martedì, 07 novembre 2006 ore 16:05
Dunque.
Qualche volta le semplificazioni sono utili, ma a me fanno sempre un po’ girare le palle. Io penso che una persona intelligente se opportunamente stimolata può andare al di là delle semplificazioni e stupirsi. Io adoro stupirmi, anche stupirmi di me stessa, delle cose che capisco a volte di botto, a volte penso casualmente a un episodio e improvvisamente lo interpreto nel modo più semplice e che allo stesso tempo spiega tutto.
Comunque, sto divagando. Che novità.

Partiamo dal luogo comune in questione (e sono sicura che in quanto argomento principale preimpostato della discussione, ne verrà fuori qualcosa che non c’entra più o meno nulla).
Essendo una specie di teatrino non necessariamente rappresentativo della realtà, siano dati due personaggi, Uomo e Donna, non necessariamente maschio e femmina.
Pare che spesso Uomo ritenga la frase “Tu non c’entri niente” una specie di talismano per rassicurare Donna. Il che in situazioni generiche può anche essere corretto e legittimo tanto quanto lo sono i sacrosanti cazzi propri.
Però qui scatta il secondo luogo comune: l’istinto di crocerossina di Donna. Perché se Donna non c’entra, innanzitutto si sente un po’ piccata di non essere il punto focale dell’attenzione di Uomo. E secondo, si sentirebbe così utile e importante se Uomo la mettesse al corrente dei misteri che gli frullano per la testa.

Allora, a questo punto quello che mi domando è: c’è un luogo comune anche per ciò che sta alla base dello scalino immediatamente successivo? Detto così fa cagare, lo so. Riformulo la domanda: a questo punto, possono essere tratte conclusioni altrettanto facili su quello che succederà dopo nella comunicazione tra il giovane Uomo e la giovane Donna?

(sia ben chiaro, e quindi lo ripeto, che ho solo esposto una situazione tipica, che non vuole andare a descrivere ogni rapporto. Io ad esempio ne vengo da un rapporto dove la frase “Tu non c’entri” non è mai stata pronunziata, ma si passava direttamente a parlare di cosa c’entrava, ed è una specie di miracolo di cui mi son resa conto or ora)

Lo ammetto: mi ritrovo abbastanza nella figura di Donna che vorrebbe saperne di più. Ma la confidenza non è una cosa che si chiede così, come un chilo di pere. Se due persone mature stanno insieme, allora ad un certo punto Donna potrebbe avanzare la richiesta di non essere tagliata fuori.
In qualsiasi altro tipo di rapporto è una questione delicata e – detesto questo termine – diplomatica.
Qualsiasi cosa si dica per stimolare l’agognata confidenza, mi sa di molesto, di importuno, di intrusivo, insomma di materno.

Vediamola in modo poetico. Ci sono delle persone che per te hanno un determinato valore, di cui vorresti carpire qualche cosa – una specie di essenza, e in genere senza il loro aiuto non si va molto lontano, a meno di essere un genio della psicologia o dello spionaggio.
Insomma, you care. Vorresti essere quello che si dice un amico, nell’accezione meno abusata del termine. Vorresti che si fidasse di te, che si sentisse a suo agio a parlare dei cazzi suoi con te, non perché sei curioso/a (beh, sì, lo ammetto, la curiosità non mi fa difetto, ma dato il mio carattere non si può dire che sono a caccia di cose da raccontare a cena) ma piuttosto per avere una sfumatura di idea di ciò che guida certi suoi comportamenti particolari.

Ecco, un buon punto successivo potrebbe essere: io vorrei conoscerti di più.
La figura del misterioso attrae ma logora. La conquista è una bella sensazione, ma non sono abbastanza atletica da scalare pareti a specchio.
Nel mio caso un rapporto che vada vagamente al di là del saluto e della stretta di mano non può reggersi in piedi senza qualche spuntone di roccia, o fuori di metafora, senza feedback (non necessariamente intenso ma sensibile). Certo, bisogna vedere cosa ne pensa Uomo.

Forse allora di qui si cominceranno a dipanare le nebbie alpine e a distinguere le scalate supereroiche da quelle umanamente praticabili?

[Mi stan venendo contemporaneamente il mal di treno e il mal di montagna, cazzarola. Devo smettere e, conoscendomi, dichiaro conclusa sta roba qua.]

(by deceptionisland)
Categorie: rapporti interpersonali

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venerdì, 03 novembre 2006 ore 19:04
Riporto questo stralcio dell'omonimo libro di Banana Yoshimoto, che ha rappresentato molto bene un periodo particolare della mia vita che ha strascichi tutt'ora.

"Da quanto tempo sarà che quando sono da sola dormo in questo modo?
Il sonno viene come l'avanzare della marea. Opporsi è impossibile. È un sonno così profondo che né lo squillo del telefono né il rumore delle auto che passano fuori mi arrivano all'orecchio. Nessun dolore, nessuna tristezza laggiù: solo il mondo del sonno dove precipito con un tonfo.
È soltanto nel momento in cui riapro gli occhi che mi sento un po' triste. Alzo lo sguardo verso il cielo rannuvolato e mi rendo conto di aver dormito molto a lungo. Ancora un po' intontita penso: non avevo la minima intenzione di dormire, e invece ho perso tutta la giornata... E a un tratto, in quel pesante rammarico vicino alla vergogna, mi si gela il sangue.
Quand'è che ho cominciato ad abbandonarmi così al sonno, che ho smesso di opporre resistenza? È davvero possibile che un tempo fossi sempre piena d'energia e completamente sveglia? Sembra un periodo tanto lontano da perdersi nell'antichità. Se cerco di ricordarlo vedo solo un'immagine sfocata che sembra appartenere a un'età remota, dove felci e dinosauri si riflettono negli occhi in colori vividi e primitivi"

(Il sonno come posto senza dolore... ma non è vero, perché l'angoscia mi raggiunge anche lì, e lì si imbuca e riparte come una specie di corrispondenza inarrestabile.
.. Come la lettera del sindaco ne La piccola Roque. L'ho scritta io quella lettera, ne scrivo a palate di lettere simili ogni fottutissimo giorno)
(by deceptionisland)
Categorie: disagio, poesie libri fumetti

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