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Evitante 62% 39%
Dipendente 10% 37%
Ossessivo-Compulsivo 50% 40%
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giovedì, 30 luglio 2009 ore 02:09
A distanza di un mese e passa, è difficile gestire i sentimenti scatenati dalla tua morte.
Il tam-tam mediatico è insopportabile. Una volta guardavo tutto e poi m'incazzavo, ora non voglio guardare. Mi sembra di conoscere cose che non sanno, di quella conoscenza soprannaturale che gli altri non potranno mai capire, che invece di essere distorta dall'amore ne è avvalorata, perché ad alcune persone l'amore permette di aprire gli occhi sull'abisso senza paura.
E' difficile capire se sto seguendo la mia onda emotiva o quella di tutti gli altri, e brucia quando sento parole come "adesso che è morto lo amano tutti". Mi sento colpevole per aver messo da parte quest'amore per tanti anni, senza degnarlo di uno sguardo, anche se so che, per preservare la mia salute mentale, non ho potuto far altro che dire addio.
Vorrei dirti che non ti ho abbandonato, che se tu fossi tornato da me a chiedere aiuto io ci sarei stata ma tu eri nella terra del mai e io finalmente stavo riuscendo a dare un senso alla mia vita reale. Quindi non è stata colpa mia se sei rimasto senza di me.
Me lo ripeto, ma non funziona, anche se un po' mi calma.
Vorrei tanto che mi tornassi a trovare con la stessa forza con cui ti immaginavo sempre lì intorno. Vorrei riuscire a materializzarti lì con la mia immaginazione come facevo allora. Adesso parlo un inglese più che decente e non ci sarebbe nemmeno quella forzatura di far finta che ci sia una specie di pesce babele a farci capire.
E' difficile avere a che fare con le persone sedicenti vicine a me, che non riescono, non riescono a capire come mai per me è un lutto personale che ho bisogno di elaborare come tale, e non fanno che ricordarmi che tu non sapevi manco chi ero, e che eri una cosa finta.
Non riescono a capire come la potenza evocativa di una tredicenne potesse renderti così reale, così vicino, da darti più concretezza di tutto ciò che succedeva veramente. Per due anni abbiamo passeggiato, dormito, parlato, fatto progetti assieme. Non era vero, ma per me era più reale del reale. Nel modo in cui si radica in una persona il sentimento anche quando è finito, questo dovrebbe contare.
Non che fossi proprio tu in quella zona di spazio dove la mia mente ti vedeva.
Forse più di tutti c'ha azzeccato mio padre quando scherzosamente ha chiesto cosa ci avevi lasciato.
In fondo io non chiedevo che di ricordarti, di parlare di te per un po', di versare due lacrime, di trovarti, benevolo e sorridente, in qualche sogno, un perfetto commiato. E così è stato, nonostante dicessero che non era normale, non era giusto così. Che stavo facendo di male? Che conseguenze poteva avere? Forse che una simil-psicosi isolata e non distruttiva danneggia qualcuno?
E mi vengono in mente cose stupide, tipo che l'unica persona in grado di capirlo saresti stato tu, di tutti i miei amori non infantili l'unico inventato.

E' anche difficile capire come devo ricordarti.
Perché qui, casca l'asino.
Credo alla malattia, credo all'innocenza, ma per esserti fatto segare le ossa a quel modo non hai scuse.
A quale dei tuoi volti devo rivolgere i miei patetici sospiri? Insomma, non sono più così pazza, e non ne ho abbastanza per tutti voi.
E che volto avrà colui che spero venga a trovarmi nuovamente, nei sogni a occhi più o meno aperti?
Mi manchi, Joe.
Se mi avessero chiesto come mi sarei sentita, avrei saputo dirlo, che mi saresti mancato.
Ma non me l'ha chiesto nessuno, Nessuno mi ci ha fatto pensare.
Mi dispiace.
(by deceptionisland)
Categorie: diario, disagio

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lunedì, 18 maggio 2009 ore 11:35
trenoMentre la terra
Scompostamente fugge
E l'aria, dentro e fuori
Si condensa in un acquitrino blu
Freno.
I talloni sull'acciaio
Lanciano scintille di luce
Sulla mia testa
I miei capelli prendono fuoco
E alle loro radici, i pensieri
Una famiglia sorpresa nel sonno dalle fiamme
Nel panico
Crolla il mobilio
Si disperdono le suppellettili
Volano le lenzuola attorcigliandosi
E ombre di lunghe mani
Isteriche ombre purpuree
Si gettano sulle pareti
Vive

Mentre la terra ciecamente fugge
E le fiamme annegano nell'aria
Mi arrendo
E getto le ceneri su quella casa.

Troppo freddo ci sarebbe
Se la brace morisse.
(by deceptionisland)
Categorie: viaggi, diario

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martedì, 28 aprile 2009 ore 20:14
Insomma, via Gramsci è strana. È come tagliata in due dalla sopraelevata, non solo graficamente; insomma, è come se la sopraelevata fosse un enorme portale serpentino. Via di PrèDa una parte (la parte mare) c'è la facoltà di architettura, il museo del mare, la passeggiata con i locali che porta senza soluzione di continuità all'acquario e al porto antico per la gioia dei bambini e delle personcine perbene; dall'altra, vuoi per l'incombenza della subito parallela via di Prè (che a suo tempo fu definita la via più pericolosa di Genova, e che oggi a fatica si è forse forse riguadagnata il titolo, tanto che nemmeno la street view di google ci si avventura limitandosi a darci la sbirciata qui a destra), vuoi perché comunque per quasi tutto il tempo l'ombra della strada Aldo Moro pende da quella parte, ha un'aria del tutto estranea rispetto all'altra parte della strada, come fossero in due quartieri diversi. Difficile trovare un ariano che cammini da quella parte, o che addirittura si avventuri in un negozio. In effetti l'altro giorno ho deciso di andare da Mamacita (guappo, non ti arrabbiare, la volta prima erano senza quesadillas e son dovuta tornare) ma arrivandoci da fuori, dato che in effetti passare da via di Prè quando quasi tutti i negozi son chiusi qualche brividino lo dà pure a me.
Ora, soprassedendo sulla pioggia bastardissima che ha sfidato la mia cerata (perdendo, ma vendicandosi sulle braghe) ho adocchiato un negozio di roba non meglio identificata, gestito da due/tre appartenenti ad un'etnia non meglio definita (sia mai che quelle di parolerivelate s'incazzino se provo a dire che erano negri o indiani o arabi) che puzzava di stalla fin dalla strada. Chiaramente (ma non per fare l'alternativa, semplicemente perché è davvero insolito che un negozio puzzi così) mi ci son buttata dentro, peraltro sperando che magari avrei trovato la semola di miglio adatta per il thiacri, e ho notato che la struttura era la seguente: vicino all'ingresso (dove la puzza era tutto sommato dissimulabile), roba "occidentale", birre, biscotti, dolciumi eccetera, a prezzo leggermente maggiorato; pochino più in là, una riga di bevande di frutti esotici in lattina; poi, tutta una serie di granaglie, semenze e insomma, pacchetti di roba che mi sono arresa prima di capire cosa fosse, con diciture in alfabeto rigorosamente non latino, per poi concludersi negli ultimi anditi in una parete di scaffali colmi pacchi di riso di ogni tipo, dalle dimensioni adatte al carico di un mulo da soma. La gente lì dentro era tutta non-autoctona, e pur facendosi i fatti suoi ogni tanto mi lanciava di sbieco un'occhiata sbadatamente perplessa. Purtroppo non ho trovato la semola e al momento di chiederla ai commessi mi sono un po' intimidita per comprensibili ragioni (ossia, mettiamoci il mio timore dei commessi in generale più il fatto che probabilmente si sarebbe dovuto fare uno sforzo da ambo le parti per farsi capire).
Grosso modo, per quanto riguarda via Gramsci lato destro direzione ponente, oltre ai generi di prima necessità (banche, farmacie et cœtera) si possono aggiungere a questa appena esaminata tre tipologie di negozi: il negozio di abbigliamento sans-façon, dove i capi di abbigliamento sono appesi senza gran criterio in lunghe file all'interno di negozi approssivamente intonacati e illuminati in modo tutt'altro che accattivante, generalmente gestiti da cinesi che ti fissano tutto il tempo; i coloratissimi minibazar di arazzi/gonnelunghe/borse/copricuscini/paccottiglie gestiti da indiani la cui natia sorridente insistenza è appena appena velata dalla permanenza in terra europea (ma questi proliferano anche e meglio in zona San Luca - del Campo - Sottoripa); e i phone center, la cui insegna vira invariabilmente al giallo taxi.
(I kebabbari no, ma dopo una cert'ora di sera germoglia timidamente un altro tipo di commercio)
(by deceptionisland)
Categorie: diario, etnicamente

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lunedì, 27 aprile 2009 ore 15:16
Questa riflessione è partita in sordina ieri sera. Ore undici circa, me ne torno dalla stazione Principe con un piccolo groppo d'ansia per le condizioni del mio felino che in giornata aveva deciso di farsi una passeggiata non out'o'rizzata.
A Genova, come in tutto il resto del mondo a me conosciuto, piove, anche se per fortuna è una pioggia timida. Tuttavia infilarsi la mantellina è d'uopo, e più nello specifico è necessario che anche il megazaino Fila (courtesy of Nastra) sia protetto dalle perfide goccioline, poiché trasporta dei compiti che mi sono portata a Milano per non correggerli. Molto meglio rincorrere tutto il giorno uno streaming zoppicante, d'altronde. Ma vabbé.
L'operazione di copertura me+zaino è tutt'altro che banale, tuttavia con una complicata serie di operazioni riesco a mettere in salvo entrambi. Per garantire maggiore asciuttezza, incastro il cappuccio della mantellina sotto il casco estivo (ché se mi ciulano quello mentre son via, mi rode un po' meno il culo rispetto a quello stile Darth Vader).
Insomma, una cosa, nel suo piccolo, del tutto a prova di umidità.
Ma non di municipale.
Ma lasciatemi prima fare un paio di incisi.
Primo, è matematico che quando piove il motore del Sym Cinderella entri in una specie di letargo da cui è impossibile svegliarlo con la pedalina, in quanto la pedalina, beh, non c'è. Di solito comunque basta farlo tossicchiare un po' (con questo po' che varia dai due ai venticinque minuti). Mi va bene, il Sym ingrana al terzo tentativo.
Il che non significa che poi vada come se niente fosse, si deve scaldare. E non è che puoi sperare (come succedeva col mio compianto Zip) che dandogli un paio di frustate di gas si aggiusti, no: quello se gli dai di gas chiama il sindacato degli scooter e si spegne.
E allora per un tempo che varia dai quattro ai venti minuti va alla velocità minima sindacale che decide lui, salvo volersi avventurare in qualche discesa senza fare uso dei freni. Operazione che, con quell'acquerugiola spruzzata per terra un po' ovunque ma soprattutto nelle curve ove l'asfalto è più sconnesso, non ho avuto cuore di fare.
Insomma, da Principe a via Gramsci, l'ho fatta a quindici all'ora e non perché sono pavida della pioggia. Ma un po' anche sì, diciamo: questo stramaledetto parabrezza che finora mi ha dato più guai che agio (ricordo quel bel giorno di tramontana in cui come una vela maestra mi portò non richiesto nella corsia degli out'o'bus) era cosparso di microgocce che come una palla da discoteca rifrangevano allegramente i fari di qualunque lampione o macchina. Risultato: visibilità prossima allo zero per il 90% del tempo.
Sta di fatto che, forse insospettiti dal mio andamento cauto, due pulotti della stradale decisero che era il caso di fermarmi, sotto la pioggia, alle undici di sera, in via Gramsci.
Chiaramente ho pensato di aver fatto qualche cazzata. Ma il faro l'avevo acceso qualche minuto prima, le luci c'erano tutte, non stavo andando nella corsia degli autobus, non avevo fatto mosse azzardate negli ultimi decàmetri, insomma, per mettere un po' di pathos ho accostato senza mettere la freccia, ma niente, non mi hanno detto nulla manco per quello.
Regolare controllo documenti.
E indovina? I documenti erano nello zaino così accuratamente riparato.
Per aprire il quale dovetti togliermi la mantellina.
Per togliermi la quale dovetti levarmi il casco.
Per poi guardare il pulotto numero uno che maneggiava i documenti per dieci minuti prima di trovare l'assicurazione di quest'anno, restituirmi tutto, salire in macchina dal pulotto numero due e, fiero di aver reso la città più sicura, lasciarmi lì.
In via Gramsci. Alle undici. Sotto la pioggia.
Sola con borsa e chiavi alla rinfusa, e uno zaino da riparare sotto una mantellina resa ancora più indisciplinata dal vento e - menzione d'onore - un braccio reso, non so manco io bene come, quasi inutilizzabile da un morso di bassotto napoletano.
Chiaramente quando capitano queste cose, poi diventa una sarabanda di piccoli eventi stronzissimi, tipo la cerniera della mantellina che ti s'incastra, i guanti che non si rinfilano causa umidità, il casco che non si chiude. Posso assicurarvi che tutto questo e altro è regolarmente successo prima che io riuscissi a ripartire con i poliziotti nel cuore.
Passi che non puoi aiutarmi a rimettere la mantellina perché se mi tocchi sei passibile di denuncia. E vabbé, avrete a che fare con le peggio persone, ma ero prontissima a firmare una dichiarazione che avrebbe manlevato il pulotto numero uno da qualsiasi responsabilità derivante dall'avermi aiutato a infilare il braccio sinistro nella corrispondente manica della mantella. No eh?
E vabbé.
Ma almeno star lì quei cinque minuti onde assicurarsi che quella tizia un po' imbranata riprendesse il largo senza spiacevoli inconvenienti?
E pazienza. Sono stati minuti di qualità, ma in fondo in via Gramsci ci passi spesso e volentieri.
Di giorno.

E mi ritrovai, stamattina, a ripensare a via Gramsci.

(continua)
(by deceptionisland)
Categorie: diario, imprevisti, chissenefrega

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mercoledì, 11 febbraio 2009 ore 19:45
Cara mamma, stare al computer non è poi così male.
Oggi il Vaticano mi ha scomunicata (peccato che ero già sbattezzata) e mi sono beccata dell'assassina da due tizie.
E tu?

*addenta un cucchiaio di minestrina*
(by deceptionisland)
Categorie: diario, zapping, idiozia umana

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mercoledì, 07 gennaio 2009 ore 15:39
Mi duole ammettere che Trilli sta molto meglio dove c'è più roba da distruggere, cioè dai miei.

Comunque, a Genova non nevicava seriamente da gennaio 2001. Me lo ricordo perché dovevo consegnare la tesina di Esperimentazioni 2, l'inizio di una lunga serie di gloriosi esperimenti truccati. L'unico risultato valido fu che la permeabilità magnetica di quei magnetoni arrugginiti era 4 invece di 1000. Il che risulterà oscuro ai più, ma chi abbia un minimo di dimestichezza potrà intuire che molte delle approssimazioni di cui avevamo fatto uso negli esperimenti coi magnetoni se ne andavano a farsi fottere. E vabbé.

Altra cosa rilevante è che mi ero messa in testa di andare dal mio simil-ragazzo in Via Piacenza. A piedi, dato che tutti gli autobus via via soccombevano. Il che, se portato a compimento, sarebbe stato totalmente folle, in virtù dei chilometri bianchi che separavano Scienze MFN da un punto di Via Piacenza che non era esattamente l'inizio, nonché della totale frivolezza di questa simil-relazione. Ancora non me lo spiego. Come un sacco di cose che mi è capitato di mettermi in testa.

Insomma, tornando al presente: prevedo una specie di blocco degli approvvigionamenti, e un'altra scusa per l'UPS di ritardare la consegna. Tutto ciò (tenendo conto anche di quento enunciato al post precedente) dev'essere una punizione per aver cambiato il portafogli senza far precedere il gesto dal solito irrinunciabile rituale di ricerca.

Comunque, dato che la mia situazione immobiliare tornerà prossimamente ad essere precaria, e considerati i tempi duri (e non solo in senso metereologico) non ho potuto fare a meno di prendere in considerazione la proposta seguente:

Distinto maturo mette a disposizione monolocale zona centro storico attrezzato e ordinato per ragazza. Non richiedo pagamento mensile con euro.... Con educazione e discrezione mi scuso se invece è un inutile disturbo per lei.

Che fo, gli chiedo se c'ha la lavatrice?
(by deceptionisland)
Categorie: diario, casa, chissenefrega

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martedì, 23 dicembre 2008 ore 12:46
Penultima mezza giornata di lavoro.
Un ragazzo che forse sta passando a circa cento chilometri da me.
Diciannove compiti da correggere.
Esercizi di dizione che mi sentirò troppo idiota per fare.
(Dizióne. Idiòta.)
Una gatta che sto trascurando e che per la depressione ingrassa.
Tutta sua mamma.
Le Fonzies che sono finite al dì per dì.
Mirella che mi dice dai, che forse finisci il tutoraggio.
Glielo dico che in cinque turni ho totalizzato zero uscite?
Però ho fatto tanti controlli ambulanze.
Una scampagnata a Castelnuovo Bormida, dove a malapena ti porta la strada.
Nebbia Monferrato permettendo.
Un cellulare nuovo comprato quasi senza farlo apposta.
I saldi del 2 a Napoli, che non mi perdo nemmeno quest'anno.
Che culo.
Il frangione che andrebbe scorciato.
La piscina che reclama attenzioni.
Il plasma che fa capolino.

Almeno i pacchetti li ho fatti.
Ma quest'anno niente biglietti.
(by deceptionisland)
Categorie: diario, chissenefrega

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venerdì, 19 settembre 2008 ore 12:32
Capitavo di qui.
Non c'è tanta gente, quindi non penso che mi si accuserà di esibizionismo o che.

Comunque.
Io lo so.
Non sono un tipino facile, e non lo dico con compiacimento.
Ci sono determinate asperità che mi stanno più che bene.
Sono contenta di non essere arrendevole, di non accontentarmi della prima cosa.
Sono meno contenta di non sapere manco io, a volte, perché sono arrabbiata.
Mi risento con me stessa perché quando qualcuno a cui tengo ha un problema, molto spesso empatizzo così tanto che diventa un problema mio.
E quando il problema diventa mio, è più difficile risolverlo.
Quindi càpita che io non sia un granché di aiuto.

Ho bisogno di tante attenzioni. Sì, sai, come quelle moto superbrum che ti portano in capo al mondo in uno schioccar di dita, ma che non è che puoi lasciarle lì in garage per tre mesi e poi pensare che s'accendano.
Sono fatta così e non credo di aver intenzione di cambiare. Ho troppa paura che se mi adeguo alle attese, alla negligenza, quello che alla fine ne verrà fuori sarà un qualcosa di scialbo, annacquato.
E non credo di poter dare sempre quello che uno si aspetta.
Sì, sono lunatica, schizzata, psicopatica.
Un lupo mannaro, un vampiro. Non uno zombie.
Passo dalla depressione all'iperattività nell'arco di un minuto.
Sono una bambina dagli occhi consumati, "come vuoti a rendere".

A volte è come se mi guardassi in uno specchio caratteriale e non riuscissi a trovare nulla che compensa queste cose.
Nulla per cui valga la pena affannarsi tanto a starmi dietro e capirmi e ingoiare tante stoccate inaspettate quando, magari, uno vorrebbe solo trovare un posto caldo dove accucciarsi.

Non capisco.
Perché siamo ancora qui?
Mi faccio mille domande, mille paranoie.
Mi si prospettano mille motivi che non mi piacciono, mille situazioni che mi starebbero strette.
Continuo a confondermi, a non capire, ad arrabbiarmi.
Non voglio risposte dalle quali, anche solo in virtù della loro natura sintatticamente strutturata, sarei delusa.

Io voglio capire, sentire.
(by deceptionisland)
Categorie: diario, uomini e donne, rapporti interpersonali, disagio

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venerdì, 22 agosto 2008 ore 15:14
***WARNING***

(guarda se devo perdere tempo in inutili premesse)

Blog introspettivo; non c'è alcuna ragione particolare per leggerlo se non curiosità astratta, ergo non serve che mi facciate notare che è interess

Blog lungo; DDT è dispensato dal dire a sfrancy di ridarmi l'account, grazie.


*** *** ***

Ogni tanto gioco al tempo-molla: mi siedo o mi appoggio da qualche parte, do una strattonata alla mia percezione del tempo e lo lascio andare indietro e avanti come una molla.

Penso a quello che sono stata io da piccola e a quello che potrebbe essere una mia eventuale progenitura. Ai miei genitori e ai miei figli.
Penso alle scelte sbagliate del mio passato e a come saranno quelle future.

Passo dall'una all'altra cosa velocissimamente, cogliendo sprazzi di luce, sfumature, e ogni volta percorrendo l'asse temporale su un intervallo sempre meno ampio per giungere al presente e stabilizzarmi (più o meno) lì.

Penso che avrei voluto più tranquillità da piccola. Meno pessimismo. Avrei voluto che quando mi facevo male o stavo male, invece di arrabbiarsi e agitarsi, mi tranquillizzassero. Avrei voluto che non usassero ogni scusa per farmi restare sotto una campana di vetro.
Avrei voluto che non agissero come se potessi spezzarmi a ogni bava di vento.

Avrei voluto che quando prendevo un brutto voto non partisse in quarta pensando già alla macchia sul registro a fine anno e a fine scuola. Avrei voluto che la mia versione dei fatti venisse considerata ogni tanto. Avrei voluto che la visione dei rapporti familiari fosse un po' meno gerarchica. Avrei voluto che non facessero di me una *persona particolare*, per la quale era inaudita la possibilità di fare lavoretti estivi, di prendersi un motorino, e via discorrendo.

Avrei voluto che quando mi lamentavo perché a 14 anni non avevo ancora un ragazzo, mia madre mi dicesse che andava bene così, che sarebbero arrivati e che più avessi dovuto aspettare, più speciali sarebbero state le mie storie, invece di darmi consigli su stucchevoli strategie che forse andavano bene negli anni '60, non per le persone che mi interessavano, e comunque non si addicevano per nulla al mio carattere chiassoso e maschiaccio.

Penso a queste cose chiedendomi se sarò capace di evitarle a chi verrà dopo. Ma penso che tutto ciò ha contribuito a fare di me quello che sono, e quello che sono non mi dispiace poi tanto. Ci devo lavorare da matti, ma ho anche i mezzi per lavorarci.

Quindi cosa è giusto? Obbligare i propri figli a essere forti contro tutto e a imparare da soli a svincolarsi da certi condizionamenti oppure fornir loro quell'appoggio che serve fintantoché serve? Su questo punto, quando la molla tocca il futuro, permane un leggero panico. Via, indietro.

Poi penso alle mie scelte sbagliate.

Innanzitutto dal punto di vista dell'istruzione e carriera. Tutti mi dicono che avrei potuto fare qualsiasi cosa, quindi la conseguenza logica era che dovevo fare la cosa più difficile, dato che potevo. O comunque una cosa che facesse dire "cazzo!" ad amici e parenti. Qualcosa di serio e impegnativo; e così ho evitato di prendere in considerazione una miriade di possibilità che avrebbero non solo seguito più da presso le mie vere inclinazioni, ma mi avrebbero soddisfatto maggiormente.

E arriviamo a cosa mi hanno dato queste scelte: poco. Ma qualcosa. Perché se ad un certo punto della mia vita non avessi saturato, non avrei mai avuto il coraggio di spezzare. E se sei riuscito a spezzare una volta, puoi farlo anche più volte. Così, ora ho la consapevolezza che niente potrà tenermi legata troppo a lungo a un lavoro (o a una situazione) che non mi piace.

Dal punto di vista sentimentale, anche lì, tante scelte sbagliate. E tante motivazioni ridicole per queste scelte. Tante persone con cui non andrei a letto; tante altre con cui andrei a letto e basta. Ho imparato a fiutarli, ad andare oltre quella che può essere l'aura romantica del momento e a farmi le domande sbagliate, oltre che a quelle giuste. Il problema resta perché si è in due eventualmente a poter sbagliare; ma è già qualcosa. Magari in futuro potrò anche fare qualcosina per questa mia tendenza a farmi coinvolgere.

Ho tradito più volte sistematicamente; ma non si può affermare che il lupo perda il pelo ma non il vizio. È vero che la parte lesa è il tradito, ma nemmeno il traditore ne esce indenne. Il che lo può portare a perdersi del tutto o, se ha un minimo di sincerità verso se stesso, a ripulirsi del tutto alla prima occasione.

Dopodiché al tradimento si diventa allergici, e si prova repulsione per tutti quei processi mentali e sotterfugi che ti ci portano: la tua testa dice no, comanda al corpo di dire no, ti appaiono le mille alternative che hai. A tutto ciò, se non l'avessi fatto, se finora non avessi mai messo le corna "perché non si deve", non ci sarei arrivata in modo così cristallino, e chissà, magari in futuro ci sarei cascata mettendo a repentaglio qualcosa di veramente importante.

E ogni volta che la molla si immerge nelle torbide acque del passato, e schizza via nella relativa parte di futuro, non si capisce bene cosa ci sarà; ma fin qui è andata via via sempre meglio. E sono sicura che, non so come ma andrà così, via via, sempre meglio.

Non dico nulla di nuovo, ma degli errori è inutile lamentarsi, farsi dei crucci o delle croci da portare per sempre, perché senza errori non c'è nulla che ci fa andare avanti veramente. Potrei dire che gli errori, quelli che subiamo e quelli che facciamo, sono come il cemento. Se li si affronta a viso aperto sono la materia su cui si basa la tua crescita, e ti possono portare in alto; se li si nega, se si adotta un atteggiamento vigliacco, sono la zavorra che ti porterà sempre più in basso.

*** *** ***
(by deceptionisland)
Categorie: diario, rapporti interpersonali, chissenefrega

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venerdì, 15 agosto 2008 ore 21:11
La rete tace, così come Genova e i suoi centri trasfusionali che in barba alle emergenze che millantano si ostinano a rimanere  chiusi. Ergo la mia perplessità odierna è piuttosto frivola.

Supponiamo che io sia andata a mangiare in una trattria dell'entroterra ligure. Ok, ci sono andata.

I tempi del servizio erano un po' quelli che erano, pochi cuochi e pochi camerieri, ma tutto ottimo, per cui le due ore e mezza di pasto sarebbero state un'ottima occasione di gustarsi le pietanze digerire con tutta calma; senonché la mia digestione è stata disturbata da un tizio due tavoli più in là che alla minima parvenza di battuta scoppiava a ridere come uno che ha trattenuto le risate nei secoli dei secoli, e verso la fine del pasto alle risate pure e semplici si era aggiunto il classico rantolo stridulo di chi non riesce a credere a quanto si sta divertendo, mammamia. Per giunta ho provato ad orecchiare la conversazione e ho anche intuìto che il tizio principalmente si autocompiaceva del proprio umorismo (umorismo?).

Premesso che forse è un po' una fissa mia, io soffro i volumi alti, o meglio, mal tollero quando qualche timbro, senza una particolare esigenza di comunicazione collettiva, s'impone sugli altri. Vale a dire, non ho nessun problema quando mi trovo in un'osteria, o nel locale dove si tiene una festa di compleanno un po' vivace, o in un paese dove tradizionalmente si urla, tipo la Turchia (o un quartiere etnico turco di una qualsiasi città, equivalentemente), ma mi rompo il cazzo a sentir qualcuno parlare trenta decibel più alto degli altri sull'autobus o sotto casa mia.

Forse è paradossale, ma sono molto più propensa a passar sopra a due che litigano sguaiatamente in mezzo alla strada piuttosto che a uno che in treno parla al cellulare come se dovesse coprire la distanza fisica che lo separa dall'interlocutore, perché nel primo caso so che è un evento occasionale, scatenato da particolari stati d'animo.

Insomma, è una delle cose che secondo me andrebbe fatta presente nel processo educativo, e cioè che bisognerebbe comportarsi, dal punto di vista acustico, in modo che le persone circostanti non solo possano seguire le proprie conversazioni senza essere costretti ad alzare il tono a loro volta; ma in modo che possano anche seguire indisturbate il corso dei propri pensieri. Le situazioni che ho elencato poco più sopra (osteria, festa di compleanno, paese o quartiere turco/arabo/vattelapesca) creano un background magari un po' più chiassoso, ma nel quale un pensiero può vivere e svilupparsi per i cavoli suoi. Un cazzone che ride continuamente, no.

Sembrerò una pazza dittatoriale quando dico questo, ma in realtà non voglio dire che fosse per me, metterei il bavaglio a chiunque vuole scoppiare a ridere, ci mancherebbe (metterei il bavaglio a me stessa, anche). Ma dev'essere un evento, non una cosa reiterata in modo così spudoratamente dimentico degli altri.

Insomma, sentire il tizio che rideva così spesso, così inutilmente, così fragorosamente mi ha davvero scombinato la digestione. (Mi consola comunque che anche la signora del tavolo accanto alzasse gli occhi al cielo a ogni scoppio d'ilarità.)

L'oziosa domanda è: ma sono davvero così rompicoglioni? (Se sì, frega cazzi.)

Peccato non essere stata io al tavolo accanto con qualcuno che mi reggesse la candela. Avrei a bella posta declamato la storiella di quello che rideva tanto e tanto forte, al tavolo vicino, e di quel mio amico che si era intrufolato là dove il cibo preparato passa nelle mani dei camerieri, e aveva versato un potente lassativo...
(by deceptionisland)
Categorie: diario, manie, disagio, chissenefrega

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